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La Mosca del titolo di Platonov non è la città, bensì Mosca Ivanovna Cestnova, una donna russa che vive solo spingendosi all’estremo.

Orfana e libera, Mosca affronta la vita con lo spirito entusiasta e goloso della creatura fiduciosa nel futuro, ma soprattutto in se stessa. Tutto non è ancora abbastanza, e così Mosca, divenuta paracadutista, si accende (per assaporare meglio il momento) una sigaretta mentre sta collaudando un nuovo paracadute dandogli incidentalmente fuoco: lo spettacolo, magnifico e tremendo, è quello di una ragazza con il paracadute in fiamme che plana sulla città stupita.

Insofferente alla disciplina, ma desiderosa di raggiungere verità e libertà, vive l’amore con la stessa ingorda felicità. I giovani che incontra nel romanzo (tutti giovani tecnici sovietici: il geometra Bozko, il chirurgo Sambikin, l’ingegnere Sartorius) se ne innamorano e vorrebbero ingabbiarla nelle loro vite. Ma Mosca si allontana (senza correre), perché

l’amore non è il comunismo

e il secondo è meno deludente e più durevole. Tuttavia il libro si conclude proprio con la convivenza di Mosca con un vecchio dongiovanni, Komjagin, relitto del passato e catena che Mosca spezzerà per fuggire ancora e oltre (e in questo è possibile, a mio parere, ravvisare una certa somiglianza con l’eterno movimento di Alla ricerca di una terra felice).

La fede nel lavoro, nella macchina, nell’impegno e la condanna che rappresentano i sentimenti nei cuori onesti (la tenacia e l’ostinazione dei personaggi maschili verso Mosca), ma soprattutto l’eterna ricerca non sono sintetizzabili efficacemente, quindi tanto vale arrendersi alle parole di Platonov:

[…] allora oltre le finestre estive spalancate vedeva un semplice campo aperto sulla superficie dell’infinito, e nel petto dei suoi compagni non roteava quel pensiero sferico che si ripeteva eternamente e arrivava infine alla disperazione-c’era invece la freccia dell’azione e della speranza, pronta a lanciarsi lontano, in un moto senza ritorno, nel rigido spazio rettilineo.

Pubblicato postumo sulla rivista “Znamia” (6/1986), è forse l’analisi più netta di Platonov (1899-1951) del “sogno sovietico”.

L’idealista Vermo, ingegnere dai grandi piani inviato a “tecnologizzare” un sovchoz, e la molto più pragmatica Bostaloeva, donna che adopera se stessa per l’ideale socialista, rappresentano i due poli della dedizione ad un’idea, sullo scenario di un popolo senza speranza ed estenuato dalla fatica del lavoro. Nel mezzo l’anziana Federatovna, simbolo di un’idea che si rigenera instancabilmente, e lo scaltro direttore Umriščev.

“Sulla via del ritorno Vermo s’immerse nella confusa realtà del suo cervello instancabile, che egli stesso immaginava come una stanza dal soffitto basso, invasa dal fumo del tabacco, in cui si azzuffavano, lacerata dalla lotta, le essenze dialettiche della tecnica e della natura”

Descrizione sofferta della realizzazione dell’ideale, che implica rinunce e compromessi, il libro procede a ritmo spedito assecondando le fantasie ondivaghe di Vermo: mucche del futuro, sfruttamento delle frane e incrollabile fede nell’avanzamento tecnologico.

L’ottimismo fiducioso con cui Platonov aveva concluso “Alla ricerca di una terra felice”, viene sostituito qui da uno sguardo che, seppur disilluso e consapevole, rimane benevolo verso la cocciutaggine dell’uomo.

Andrej Platonov, Il mare della giovinezza, E/O 1998