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Provare l’inebriante sensazione di scoprire un autore che ci stimola (buonilibri), capire che non solo è prolifico (tantilibri) ma è ADDIRITTURA ancora vivo (ancoralibri) è una sensazione magnifica per credo qualunque bibliofilo.

Leggendo lo stupendo “L’utopia spodestata” di Mauro Martini sulle avanguardie sovietiche ho iniziato ad appuntare una serie di registi e, soprattutto, scrittori da esplorare. Quando l’occhio mi è caduto sulla definizione di tale Viktor Pelevin come Houellebecq russo, la mano è corsa freneticamente sull’OPAC per trovare la biblioteca più vicina che possedesse i suoi titoli.

Io amo Houellebecq, lo ritengo fermamente LA voce francese meno banale e più convincente nella descrizione delle fratture dell’uomo e della sua vita ammantata d’insignificanza. “Le possibilità di un’isola” me lo ha fatto conoscere, “Plateforme” amare e “La carta e il territorio” è entrato nella classifica dei miei libri del cuore. Spieghiamo Houellebecq per chi era assente, ossia del romanzo tipo:

Medioman instaura dialogo con un “altro”, che può essere un alter ego (come nel caso delle “Possibilità”), una donna (come in “Plateforme”) o con l’arte (come nella “Carta”). Generalmente l’uomo è insignificante all’inizio e ugualmente insignificante (o al massimo defunto) alla fine, a dimostrazione che non c’è alcuna possibilità di salvezza e che l’unica cosa che possiamo fare è lo slalom tra le nostre rovine (cercando di renderlo “as funny as possible”).

Ciò detto, Pelevin. Le somiglianze: quasi coetaneo di Michel, come lui un uomo che non ha seguito una formazione da scrittore, occhiali scuri e stempiatura d’ordinanza. Fine. I romanzi e i racconti di Pelevin sono divertenti (e, désolée, ma MH è simpatico come la compilazione di un F24), decisamente ottimisti e piacevoli. Dopo aver letto “Il mignolo di Buddha”, “Dialettica di un periodo di transizione dal nulla al niente” e “La freccia gialla”, trama tipo:

Uomo di età indefinibile inizia viaggio interiore dopo un evento più o meno significativo. Incontri e lunghi dialoghi con personaggi più o meno lucidi, ma soprattutto brillanti pagine introspettive che l’autore rende in modo incredibilmente convincente. Il libro si conclude lasciando immaginare un miglioramento umano.

Spiacente, ma VP batte MH dieci a zero. La lucidità di analisi presente in entrambi, si fonde nel primo in uno splendente ottimismo e in una capacità, che non ho trovato a questo livello in nessun altro scrittore, di ricostruire nel paradosso una realtà credibile (forse Gogol’? Kafka? Mah). Cito per tutti “La freccia gialla”, storia di un treno e dei suoi viaggiatori perpetui, incapaci d’immaginare anche soltanto la possibilità di una vita al di fuori dei vagoni (“La questione sta nel fatto che iniziamo continuamente un viaggio che è terminato un attimo prima della nostra partenza”). Pelevin non solo ricostruisce le stratificazioni sociali risultato della non più recente storia russa, ma anche il senso di d’inutilità e dubbio che (chi più, chi meno) affligge gli uomini:

“Un tempo la gente discettava spesso dell’esistenza di una locomotiva che ci trascina nel futuro. Capitava che dividessero il passato proprio da quello altrui. Ormai tutto ciò è alle spalle: la vita va avanti e loro, come vedi, sono scomparsi. E cosa c’è lassù? L’edificio cieco dietro il finestrino si perde nel fluttuare degli anni. Serve una chiave, ma è nella tua mano: come farai a trovarla, e a chi la mostrerai? Viaggiamo al ritmo delle ruote, scendiamo dal post scriptum cigolante di una porta.”

L’uomo però può liberarsi e autodeterminarsi, anche se la cosa spaventa, uscendo dal treno e affrontando l’altrove, vincendo la consapevolezza della propria esistenza:

Andrej saltò sulla scarpata. Appena i suoi piedi urtarono la ghiaia della massicciata sentì dietro le spalle uno sbuffo d’aria compressa e un attimo dopo lo stridore dei ganci in tensione delle carrozze. […] Andrej guardò nel punto dove apparivano le carrozze e poi in quello dove scomparivano: in entrambe le direzioni non si vedeva altro che il vuoto oscuro Si voltò e s’incamminò. […] Il frastuono delle ruote alle spalle andava pian piano attenuandosi, e ben presto Andrej iniziò a sentire ciò che non aveva mai sentito prima: un secco frinire tra i fili d’erba, il sibilo del vento e il suono leggero dei propri passi.