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La Mosca del titolo di Platonov non è la città, bensì Mosca Ivanovna Cestnova, una donna russa che vive solo spingendosi all’estremo.

Orfana e libera, Mosca affronta la vita con lo spirito entusiasta e goloso della creatura fiduciosa nel futuro, ma soprattutto in se stessa. Tutto non è ancora abbastanza, e così Mosca, divenuta paracadutista, si accende (per assaporare meglio il momento) una sigaretta mentre sta collaudando un nuovo paracadute dandogli incidentalmente fuoco: lo spettacolo, magnifico e tremendo, è quello di una ragazza con il paracadute in fiamme che plana sulla città stupita.

Insofferente alla disciplina, ma desiderosa di raggiungere verità e libertà, vive l’amore con la stessa ingorda felicità. I giovani che incontra nel romanzo (tutti giovani tecnici sovietici: il geometra Bozko, il chirurgo Sambikin, l’ingegnere Sartorius) se ne innamorano e vorrebbero ingabbiarla nelle loro vite. Ma Mosca si allontana (senza correre), perché

l’amore non è il comunismo

e il secondo è meno deludente e più durevole. Tuttavia il libro si conclude proprio con la convivenza di Mosca con un vecchio dongiovanni, Komjagin, relitto del passato e catena che Mosca spezzerà per fuggire ancora e oltre (e in questo è possibile, a mio parere, ravvisare una certa somiglianza con l’eterno movimento di Alla ricerca di una terra felice).

La fede nel lavoro, nella macchina, nell’impegno e la condanna che rappresentano i sentimenti nei cuori onesti (la tenacia e l’ostinazione dei personaggi maschili verso Mosca), ma soprattutto l’eterna ricerca non sono sintetizzabili efficacemente, quindi tanto vale arrendersi alle parole di Platonov:

[…] allora oltre le finestre estive spalancate vedeva un semplice campo aperto sulla superficie dell’infinito, e nel petto dei suoi compagni non roteava quel pensiero sferico che si ripeteva eternamente e arrivava infine alla disperazione-c’era invece la freccia dell’azione e della speranza, pronta a lanciarsi lontano, in un moto senza ritorno, nel rigido spazio rettilineo.

Provare l’inebriante sensazione di scoprire un autore che ci stimola (buonilibri), capire che non solo è prolifico (tantilibri) ma è ADDIRITTURA ancora vivo (ancoralibri) è una sensazione magnifica per credo qualunque bibliofilo.

Leggendo lo stupendo “L’utopia spodestata” di Mauro Martini sulle avanguardie sovietiche ho iniziato ad appuntare una serie di registi e, soprattutto, scrittori da esplorare. Quando l’occhio mi è caduto sulla definizione di tale Viktor Pelevin come Houellebecq russo, la mano è corsa freneticamente sull’OPAC per trovare la biblioteca più vicina che possedesse i suoi titoli.

Io amo Houellebecq, lo ritengo fermamente LA voce francese meno banale e più convincente nella descrizione delle fratture dell’uomo e della sua vita ammantata d’insignificanza. “Le possibilità di un’isola” me lo ha fatto conoscere, “Plateforme” amare e “La carta e il territorio” è entrato nella classifica dei miei libri del cuore. Spieghiamo Houellebecq per chi era assente, ossia del romanzo tipo:

Medioman instaura dialogo con un “altro”, che può essere un alter ego (come nel caso delle “Possibilità”), una donna (come in “Plateforme”) o con l’arte (come nella “Carta”). Generalmente l’uomo è insignificante all’inizio e ugualmente insignificante (o al massimo defunto) alla fine, a dimostrazione che non c’è alcuna possibilità di salvezza e che l’unica cosa che possiamo fare è lo slalom tra le nostre rovine (cercando di renderlo “as funny as possible”).

Ciò detto, Pelevin. Le somiglianze: quasi coetaneo di Michel, come lui un uomo che non ha seguito una formazione da scrittore, occhiali scuri e stempiatura d’ordinanza. Fine. I romanzi e i racconti di Pelevin sono divertenti (e, désolée, ma MH è simpatico come la compilazione di un F24), decisamente ottimisti e piacevoli. Dopo aver letto “Il mignolo di Buddha”, “Dialettica di un periodo di transizione dal nulla al niente” e “La freccia gialla”, trama tipo:

Uomo di età indefinibile inizia viaggio interiore dopo un evento più o meno significativo. Incontri e lunghi dialoghi con personaggi più o meno lucidi, ma soprattutto brillanti pagine introspettive che l’autore rende in modo incredibilmente convincente. Il libro si conclude lasciando immaginare un miglioramento umano.

Spiacente, ma VP batte MH dieci a zero. La lucidità di analisi presente in entrambi, si fonde nel primo in uno splendente ottimismo e in una capacità, che non ho trovato a questo livello in nessun altro scrittore, di ricostruire nel paradosso una realtà credibile (forse Gogol’? Kafka? Mah). Cito per tutti “La freccia gialla”, storia di un treno e dei suoi viaggiatori perpetui, incapaci d’immaginare anche soltanto la possibilità di una vita al di fuori dei vagoni (“La questione sta nel fatto che iniziamo continuamente un viaggio che è terminato un attimo prima della nostra partenza”). Pelevin non solo ricostruisce le stratificazioni sociali risultato della non più recente storia russa, ma anche il senso di d’inutilità e dubbio che (chi più, chi meno) affligge gli uomini:

“Un tempo la gente discettava spesso dell’esistenza di una locomotiva che ci trascina nel futuro. Capitava che dividessero il passato proprio da quello altrui. Ormai tutto ciò è alle spalle: la vita va avanti e loro, come vedi, sono scomparsi. E cosa c’è lassù? L’edificio cieco dietro il finestrino si perde nel fluttuare degli anni. Serve una chiave, ma è nella tua mano: come farai a trovarla, e a chi la mostrerai? Viaggiamo al ritmo delle ruote, scendiamo dal post scriptum cigolante di una porta.”

L’uomo però può liberarsi e autodeterminarsi, anche se la cosa spaventa, uscendo dal treno e affrontando l’altrove, vincendo la consapevolezza della propria esistenza:

Andrej saltò sulla scarpata. Appena i suoi piedi urtarono la ghiaia della massicciata sentì dietro le spalle uno sbuffo d’aria compressa e un attimo dopo lo stridore dei ganci in tensione delle carrozze. […] Andrej guardò nel punto dove apparivano le carrozze e poi in quello dove scomparivano: in entrambe le direzioni non si vedeva altro che il vuoto oscuro Si voltò e s’incamminò. […] Il frastuono delle ruote alle spalle andava pian piano attenuandosi, e ben presto Andrej iniziò a sentire ciò che non aveva mai sentito prima: un secco frinire tra i fili d’erba, il sibilo del vento e il suono leggero dei propri passi.

Un uomo era andato a dormire che era credente, si era svegliato che era ateo.

Per fortuna, nella stanza di quest’uomo c’era una bilancia medica decimale, e quest’uomo era abituato a pesarsi tutti i giorni, mattino e sera. Così, andando a dormire il giorno prima, l’uomo si era pesato e aveva scoperto che pesava 4 pud e 21 funt. E il giorno dopo, al mattino, dopo essersi svegliato che era ateo, l’uomo si era pesato ancora e aveva scoperto che pesava in tutto 4 ud e 13 funt. “Di conseguenza – aveva pensato l’uomo – la mia fede pesava intorno agli 8 funt”. (p. 24)

Daniil Charms, Disastri, Einaudi 2003.

Pubblicato postumo sulla rivista “Znamia” (6/1986), è forse l’analisi più netta di Platonov (1899-1951) del “sogno sovietico”.

L’idealista Vermo, ingegnere dai grandi piani inviato a “tecnologizzare” un sovchoz, e la molto più pragmatica Bostaloeva, donna che adopera se stessa per l’ideale socialista, rappresentano i due poli della dedizione ad un’idea, sullo scenario di un popolo senza speranza ed estenuato dalla fatica del lavoro. Nel mezzo l’anziana Federatovna, simbolo di un’idea che si rigenera instancabilmente, e lo scaltro direttore Umriščev.

“Sulla via del ritorno Vermo s’immerse nella confusa realtà del suo cervello instancabile, che egli stesso immaginava come una stanza dal soffitto basso, invasa dal fumo del tabacco, in cui si azzuffavano, lacerata dalla lotta, le essenze dialettiche della tecnica e della natura”

Descrizione sofferta della realizzazione dell’ideale, che implica rinunce e compromessi, il libro procede a ritmo spedito assecondando le fantasie ondivaghe di Vermo: mucche del futuro, sfruttamento delle frane e incrollabile fede nell’avanzamento tecnologico.

L’ottimismo fiducioso con cui Platonov aveva concluso “Alla ricerca di una terra felice”, viene sostituito qui da uno sguardo che, seppur disilluso e consapevole, rimane benevolo verso la cocciutaggine dell’uomo.

Andrej Platonov, Il mare della giovinezza, E/O 1998