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Letteratura tedesca

Ah, l’impero austroungarico (o quel che ne rimane)… E’ impossibile non dire questo leggendo i due volumi di Broch. Il tema della disgregazione della società di Guglielmo II è affrontato ne “I sonnambuli” (trilogia scritta tra il 1888 e il 1918), ma è proprio l’atmosfera di declino e rottura che attraversa le due opere a dare l’impressione che in realtà l’autore voglia trasmettere la triste rinuncia alle ambizioni e (in modo forse per lui consequenziale) all’integrità umana.

“I sonnambuli” è l’opera più completa, profonda e strettamente intrecciata con l’animo umano che abbia mai letto. I personaggi riflettono nella propria codardia e piccolezza borghesi le aspirazioni di una grande cultura in declino, mostrando nelle loro contraddizioni il dolore strutturale dell’uomo. Però (c’è un però) la struggente nostalgia (il “sonnambulismo”, appunto) trova risposta nella comunanza degli uomini, nella

certezza solenne e festiva per cui sappiamo che ognuno porta in fondo all’anima la piccola scintilla e che l’unità non si perde.

In preda ad un innamoramento dai vaghi tratti molesti (credo che se Broch fosse ancora vivo andrei a cercarlo per vivere sotto casa sua e cantarne le lodi ogni volta che dovesse uscire per andare a comprare il pane o i dolciumi), mi sono avventata subito dopo su “L’incognita”.

Bellissimo. Tre fratelli rimasti nella casa paterna, scelgono modi diversi per trovare la verità. Richard, il maggiore, cerca nella scienza e in un amore di compromesso; Susan prova ad usare la fede come strumento, mentre Otto, il minore, cerca risposte nell’amicizia e nell’edonismo. A margine, una madre inquieta e due altri fratelli fuggiti per il mondo. Libro triste, che mostra quanto sia estenuante non arrendersi alla facile accettazione di una realtà di seconda mano.

Hermann Broch, I Sonnambuli, Einaudi 1960.

Hermann Broch, L’incognita, Lerici 1962.

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