Gervaise Coupeau e la sfortuna che non perdona.

Nel descrivere la storia di Gervaise nel “L’Assoimmoir” (tradotto in italiano come “L’ammazzatoio” o, talvolta, “Lo scannatoio”), Zola ci presenta l’ideale alter ego di Germinie Lacerteux. Il settimo libro dei Rougon Macquarts è infatti dedicato alle vicende di questa donna, una lavandaia trasferitasi dalla campagna a Parigi per seguire un uomo sfaccendato ed egoista da cui aveva già avuto due figli prima dei vent’anni, Lantier.

Anche in questo caso la storia è semplice e cruda: Gervaise viene abbandonata da Lantier e, dopo un momento di disperazione, ricomincia a lavorare per cercare di mantenere dignitosamente i propri figli. Riesce a rimettersi in piedi grazie al proprio lavoro e inizia un’amicizia con un operaio lattoniere, Coupeau. Affascinato dalla giovane donna, dalla sua forza e dolcezza, Coupeau chiede a Gervaise di sposarlo, ma lei (ormai diffidente verso gli uomini) si scherma dietro a garbati rifiuti. Ha ben chiari i propri desideri e li espone con franchezza al sempre più affascinato Coupeau:

— Mon Dieu ! je ne suis pas ambitieuse, je ne demande pas grand-chose… Mon idéal, ce serait de travailler tranquille, de manger toujours du pain, d’avoir un trou un peu propre pour dormir, vous savez, un lit, une table et deux chaises, pas davantage… Ah ! je voudrais aussi élever mes enfants, en faire de bons sujets, si c’était possible… Il y a encore un idéal, ce serait de ne pas être battue, si je me remettais jamais en ménage ; non, ça ne me plairait pas d’être battue… Et c’est tout, vous voyez, c’est tout…

L’operaio riesce però a superare le riserve di Gervaise e ben presto i due si sposano, imbastendo un felice rapporto coniugale. Riescono a raggiungere un relativo benessere, ad abitare in una casa dignitosa, a sistemare i figli di lei e, addirittura, a portare Gervaise ad iniziare un’attività in proprio come lavandaia. L’orgoglio del proprio lavoro e della propria condizione splende sul volto della protagonista: sposa (non più ragazza sedotta), imprenditrice (non più operaia) e di nuovo madre, di una bimba chiamata Nana.

Purtroppo un incidente s’inserisce in questa pace e in questa gioia: Coupeau cade da un tetto sotto gli occhi di Gervaise e diventa parzialmente inabile. L’incapacità di lavorare lo conduce all’alcolismo e all’abbrutimento. Ben presto la nostra si arrende alla trascuratezza morale del marito, arrivando al tradimento, alla negligenza lavorativa e (a sua volta) all’alcolismo. Se Coupeau muore in manicomio, con il cervello bruciato dall’alcol e in preda a deliri strazianti, Gervaise vede i frutti del proprio lavoro andare a pezzi e in un crudele contrappasso Zola chiude il romanzo illustrando una situazione opposta ai desideri di gioventù. Un marito alcolista e violento, una figlia prostituta, una camera lercia. La prostituzione per il cibo. Infine la morte in un lurido sottoscala, dimenticata dal mondo e dalla Parigi che per un momento le aveva dato l’illusione di poter uscire dal proprio solco di miseria.

La felicità non è di Gervaise e la tara di Zola contribuisce ad assoggettarla non solo ai propri istinti ma anche a due uomini violenti (Lantier e Coupeau), riuniti dall’autore intorno alla protagonista come amorali sfruttatori di una donna debole.

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